Finalmente li hai chiusi. Bravo.
Non mi piace stare qui, al buio: mi sembro patetico e già visto in dozzinaia di film. Nulla di originale, nulla che vorrei essere. Evocare i ricordi non è il mio piacere maggiore. Io filtro i ricordi, solitamente. Sono assolutamente umano e ricordo con melanconia decine di bei momenti. Nascondendo nel mio cuscino tutti i brutti momenti. Cerco di non ricordare. Ma la sera, se sei sobrio, se non hai fatto tardi, se non hai fatto sesso con qualcuna che desideri, i ricordi sono lì, bastardi, pronti a prendere le tue ore di riposo: vogliono vederti bocconi sul cuscino, dannando la tua esistenza. Per questo non mi piace chiudere gli occhi. Cerco di non ricordarmi l’impressione che ho di me.
Non sono niente di particolare, questo lo sapevo già, ma mi sarebbe piaciuto non avere nulla da raccontare, nessun differenziale di vita rispetto alla media. E invece sin dalla più tenera età, sono uno stereotipo della letteratura e della filmografia preadolescenziale: sono quel personaggio che per quanto sappia di non essere l’ultimo degli idioti, ha una strana predisposizione a farsi mettere i piedi in testa. Non era importante che io fossi un fallito o meno, io mi sentivo comunque tale. Mio padre è un vincente, invece, e così mia madre, quindi loro non sapevano aiutarmi. Mi davano consigli o troppo maturi o inadatti a me che, con un ego nullo, non potevo certo permettermi, ad esempio, di “non pensarci troppo, pensa invece che puoi fare a meno di loro”. Impossibile mi dicevo. E impossibile m’era.
Sviluppai col tempo alcune capacità, la prima delle quali è una certa scissione tra il dire, il fare e il pensare. Ho imparato ad essere il personaggio che la gente vuole che io sia. Soffrendone sempre, perchè mai posso palesarmi per quello che sono. Molto più cattivo di quello che sembro, molto meno disposto ad ascoltare le lamentele delle persone. Molto più scostante di quanto posso mostrare. Molto più interessato a parlare di altro, piuttosto che dell’ennesimo pettegolezzo: ma di cosa si può parlare se il tuo interlocutore non è in grado? E allora eccomi lì, tredicenne, che scopro che a fare il buffone si può essere al centro dell’attenzione e non preso in giro perchè non sai come si bacia una ragazza. E da quando imitai per la prima volta un comico televisivo che copro con battute i miei veri pensieri, infilandoli poi come fosse una battuta.
Quando sei al fondoscala, cerchi un’unità di misura per capire perchè sei a fondoscala. Un metro di paragone. Il metro di paragone che presi non fu certo tale da potermi permettere una posizione in alto. I voti a scuola? no, erano troppo alti (eccetto, sì, indovinato, educazione fisica) per farmi risultare un perdente. La famiglia, il reddito? no, anche quelli in media. Scelsi come metro di giudizio il numero di conoscenze, con ampia visibilità alle persone con cui ci si appartava nel boschetto. Io, in quel campo, ero un vero perdente. Me lo ricordo bene com’ero. Sempre solo. Immerso in un mondo di logiche che non rispettavano le leggi non scritte dell’umanità. Logiche che poi mettevo in atto anche con le altre persone, risultando patetico, noioso, antipatico, violento, irascibile, inutile, lamentoso e piagnone.
La cosa che mi mette più tristezza, è vedere come questo vecchio me influisce ancora adesso. Cerco di risultare speciale agli occhi della gente, pur essendo normale, pur avendo imparato a conformarmi, e se ho questa tendenza è perchè il mio ragazzino dieci anni più giovane deve ancora riscattarsi, deve ancora dimostrare quanto vale. Vuole far vedere a quelli che gli bruciarono il collo con la plastica incandescente che sono loro i falliti. Vuole far vedere a quello che gli fece un occhio nero che è lui lo sfigato. Voglio far capire a tutti che sono all’altezza dei miei desideri. Ed è per questo, forse, che tradisco.