un cuore infranto e una ragazza asiatica

Mercoledì 07 05 2008

Secondo un recente sondaggio, una persona su 7 crede nella magia. Io faccio parte degli altri sei, quelli intelligenti. Non credo nei tarocchi, non credo nelle candele, nel reiki, nella transustanziazione, nella metempsicosi, nella preghiera, nella chilomanzia, nell’astrologia, nell’ouija e in altre amenità che ha creato l’uomo prescientifico.
Faccio una fatica immane a non ridere in faccia a tutti coloro che dicono di curarsi con l’omeopatia e l’agopuntura.

Però si ha da fare bella figura nella vita, talvolta; se tre dottorande desiderano leggerti il fondo del caffè, le lasci fare senza fiatare.
Girano la tazzina. Aspettano che sia fredda. osservano le macchie.
“tresi filoyorum, rissitret cicek!” sentenzia una.
“Evet! Ben filoyorum.”
“Ve hecianghir sevmeti.” fanno eco le altre.
“Che cosa vedete?”
“Ho visto cuore infranto e una ragazza asiatica che tu tieni per mano.” risponde la strega che sa parlare italiano.

Mi spiace solo non scrivere con la forza di chi deve ancora esistere: sono costretto a scrivere con la tristezza di chi sa già cosa c’è.


si opporrebbe al tuo personaggio.

Mercoledì 27 02 2008

In fondo la fatica è solo il cominciare.

Ho le dita bianche, stringo ogni oggetto con una forza eccessiva: ho già roto tre matite. Ogni naso che vedo è una tentazione per vedere l’effetto che farebbe un mio cazzotto sulla narice.

Sarebbe un incipit troppo violento: mostrerebbe subito il mio nervosismo non passeggero, il mio stare sulle mie pronto ad azzannare qualunque persona che non mi aggrada. Non sarebbe simpatico e si opporrebbe al tuo personaggio.

Desidero troppo forte. Mi sento castrato dalle mie voglie.

Oltre a non piacermi, questo incipit emo trascende la mia rabbia per mostrare subito al pubblico le origini della stessa frustrazione. Non sarebbe corretto nei miei confronti di narratore: un pubblico a cui butti in pasto subito tutto non potrà mai amarti appieno come vorresti. Perchè dai, Priè, se una volta scrivevi, se ora scrivi, è solo perchè ami l’idea del Lettore e della Lettrice, che una volta stupidamente chiamavi con la lettera maiuscola.

Ogni bel culo mi provoca un’erezione: anche il minimo accenno di carne mi scioglie: desidero un corpo caldo con me

Anche questo incipit non mi piace. Però guarda la scala dalla direzione opposta: la voglia, che diventa insoddisfazione, che diventa rabbia e frustrazione. Così potrò però giustificare un altro tradimeno a breve termine.

E’ tutta colpa della primavera, mia cara.

Perchè usare sempre il trucco dell’interlocutore?

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Mi concedono premi.

Ringrazio con un cenno di capo.

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Mi chiedono di visitare blog islandesi:
Trovo un bel fighino


oltre che in bocca, mi sono entrati in testa

Venerdì 08 02 2008

Mi hanno chiesto dieci accostamenti di cibi che mi dovrebbero piacere. Cristo, queste domande non mi piacciono. Non mi sono mai soffermato a prendere appunti sulle sensazioni che ho provato, quindi è plausibile che io abbia assaggiato semi di soia con fettine di carciofo e che abbia trovato superlativo questo accostamento ma non me lo ricordi.

“Me lo ricordi”: questo è già più plausibile. Cibi che, oltre che in bocca, mi sono entrati in testa e non ne escono.

Ricordo maionese e Oro Saiwa, mangiati di nascosto a 8 anni, accostamento che mi fece star male.
Ricordo patatine e bistecca alla milanese, che è il modo con cui Dio mi dimostra la ciclicità del tempo.
Ricordo Sofficini e insalata, che è il modo con cui mia nonna voleva dirmi che mi stava viziando.
Ricordo miele e burro, che mi ricorda occhi pesti.
Ricordo mozzarella e senape, che mangio quando sono solo.
Ricordo fior di zucchine e salsa sconosciuta, il primo piatto che mi ha preparato una ragazza per me.
Ricordo pasta scotta e sugo dozzinale, Melania non sa cucinare.
Ricordo vino scadente e panino al formaggio, quello che avevo in bocca mentre una tedesca stava in ginocchio davanti a me.
Ricordo il sapor di plastica della verdura del luogo dove vivo.
Ricordo kebap e pesce alla piastra: parto per l’Asia minore.

Molto probabilmente parto per Costantinopoli. Vedremo che accadrà.


Ha due occhi che ti stregano

Venerdì 01 02 2008

Ha due occhi che ti stregano, ma rutta a tavola.
Potrebbe insegnare il bon ton alla regina Elisabetta, ma ha le mani da contadina.
Ha dita affusolate e unghie curatissime, ma le tette che le arrivano all’ombelico.
I suoi seni sono naturalmente sodi e rotondi, ma non riesce ad avere un dannato orgasmo.
Gode a ripetizione implorando il tuo nome, ma non le piace farti i pompini.
La eccita prendere in bocca il tuo sesso, ma sbaglia i congiuntivi ed è ignorante come una capra.
Tiene delle conversazioni di alto profilo, ma è incredibilmente noiosa e pedante.
Ama stare coi tuoi amici, pure troppo.
Ti fa ridere di continuo ed è simpatica, ma si veste come un boscaiolo.
E’ elegante come una principessa a corte, ma ha il culo che sembra una portaerei.
Il suo fondoschiena non sfigurerebbe a Copacabana, ma ha i denti irrimediabilmente marci.
Il suo magnifico sorriso illumina le tue giornate, ma bata un nonnulla per farla diventare isterica.
E’ calma e posata, ma non conosce Kubrik.
Legge moltissimo, ma non sa cucinare.
E’ meglio di Vissani, ma è un continuo lamentarsi.
Mette te davanti ai suoi problemi, ma è cieca.


un’unità di misura

Sabato 22 12 2007

Finalmente li hai chiusi. Bravo.
Non mi piace stare qui, al buio: mi sembro patetico e già visto in dozzinaia di film. Nulla di originale, nulla che vorrei essere. Evocare i ricordi non è il mio piacere maggiore. Io filtro i ricordi, solitamente. Sono assolutamente umano e ricordo con melanconia decine di bei momenti. Nascondendo nel mio cuscino tutti i brutti momenti. Cerco di non ricordare. Ma la sera, se sei sobrio, se non hai fatto tardi, se non hai fatto sesso con qualcuna che desideri, i ricordi sono lì, bastardi, pronti a prendere le tue ore di riposo: vogliono vederti bocconi sul cuscino, dannando la tua esistenza. Per questo non mi piace chiudere gli occhi. Cerco di non ricordarmi l’impressione che ho di me.
Non sono niente di particolare, questo lo sapevo già, ma mi sarebbe piaciuto non avere nulla da raccontare, nessun differenziale di vita rispetto alla media. E invece sin dalla più tenera età, sono uno stereotipo della letteratura e della filmografia preadolescenziale: sono quel personaggio che per quanto sappia di non essere l’ultimo degli idioti, ha una strana predisposizione a farsi mettere i piedi in testa. Non era importante che io fossi un fallito o meno, io mi sentivo comunque tale. Mio padre è un vincente, invece, e così mia madre, quindi loro non sapevano aiutarmi. Mi davano consigli o troppo maturi o inadatti a me che, con un ego nullo, non potevo certo permettermi, ad esempio, di “non pensarci troppo, pensa invece che puoi fare a meno di loro”. Impossibile mi dicevo. E impossibile m’era.

Sviluppai col tempo alcune capacità, la prima delle quali è una certa scissione tra il dire, il fare e il pensare. Ho imparato ad essere il personaggio che la gente vuole che io sia. Soffrendone sempre, perchè mai posso palesarmi per quello che sono. Molto più cattivo di quello che sembro, molto meno disposto ad ascoltare le lamentele delle persone. Molto più scostante di quanto posso mostrare. Molto più interessato a parlare di altro, piuttosto che dell’ennesimo pettegolezzo: ma di cosa si può parlare se il tuo interlocutore non è in grado? E allora eccomi lì, tredicenne, che scopro che a fare il buffone si può essere al centro dell’attenzione e non preso in giro perchè non sai come si bacia una ragazza. E da quando imitai per la prima volta un comico televisivo che copro con battute i miei veri pensieri, infilandoli poi come fosse una battuta.

Quando sei al fondoscala, cerchi un’unità di misura per capire perchè sei a fondoscala. Un metro di paragone. Il metro di paragone che presi non fu certo tale da potermi permettere una posizione in alto. I voti a scuola? no, erano troppo alti (eccetto, sì, indovinato, educazione fisica) per farmi risultare un perdente. La famiglia, il reddito? no, anche quelli in media. Scelsi come metro di giudizio il numero di conoscenze, con ampia visibilità alle persone con cui ci si appartava nel boschetto. Io, in quel campo, ero un vero perdente. Me lo ricordo bene com’ero. Sempre solo. Immerso in un mondo di logiche che non rispettavano le leggi non scritte dell’umanità. Logiche che poi mettevo in atto anche con le altre persone, risultando patetico, noioso, antipatico, violento, irascibile, inutile, lamentoso e piagnone.

La cosa che mi mette più tristezza, è vedere come questo vecchio me influisce ancora adesso. Cerco di risultare speciale agli occhi della gente, pur essendo normale, pur avendo imparato a conformarmi, e se ho questa tendenza è perchè il mio ragazzino dieci anni più giovane deve ancora riscattarsi, deve ancora dimostrare quanto vale. Vuole far vedere a quelli che gli bruciarono il collo con la plastica incandescente che sono loro i falliti. Vuole far vedere a quello che gli fece un occhio nero che è lui lo sfigato. Voglio far capire a tutti che sono all’altezza dei miei desideri. Ed è per questo, forse, che tradisco.