Non giocare a Serendipity con me

Martedì 23 10 2007

Melania. La mia Melania. Dio l’ha fatta per me: lo penso e lo credo. Il nostro è stato l’incontro più casuale che io abbia mai avuto. Non ho mai dato così tanta confidenza a una ragazza conosciuta ad una festa. Sono venuto in faccia a ragazze conosciute a feste, ma non ho mai chiesto loro il numero di telefono.

Eravamo a quella festa noiosa, ricordate? Abbiamo  parlato per oltre tre ore, senza fermarci mai e senza darci mai reciproco fastidio. Nella, lei sì infastidita dalla confidenza che stavo dando alla punk sconosciuta, decide di marcare il territorio sdraiandosi su di me davanti a Melania (i wannabe-gotha avevano organizzato bene, c’erano sdraio vicino al fiume che resero tutto più caruccio). Non faccio caso a Nella e resto rapito dalle similitudini e coincidenze fra le scale di valori miei e di Melania. Quella che sarebbe diventata la mia ragazza, invece, stava notando come ignoravo bellamente la biondona dalle tette grosse per parlare con lei. Nella era una così cara ragazza zitta e ferma (ora invece è una cicciona imbarazzante).

Siamo ad una festa: non balliamo, non beviamo, non ci infrattiamo per fumare canne di nascosto. Semplicemente, ci conosciamo. Banale, vero?

Ero appena giunto alla consapevolezza che non mi serviva una donna, ed eccomi a rincorrere Melania all’uscita, col cellulare in mano. Le chiedo, a fatica, il numero. Balbettavo, ovviamente. “Ma tanto ci vediamo ancora, no?” [Ora le risponderei: "Non giocare a Serendipity con me, caccia fuori sto numero!"] “Beh, sì certo…” biascico. Certo per nulla: ero certo che avevo fatto la mossa sbagliata e che l’avevo persa.

Tempo dopo ero uscito con un’amica di Nella, entriamo in biblioteca di Chianti, nel bellissimo giardino ch’essa ha. La trovo lì, Melania, con Clara. Però la magia era persa e io pensavo di essere bollato. Non le chiesi il numero di nuovo.

Questo benedetto numero l’ebbi poi da Clara, tempo dopo. Alla fine, alla Serendipity ci avevo davvero giocato.


Me l’aveste detto quattro anni fa non ci avrei creduto.

Giovedì 18 10 2007

Come faccio a descrivere una vita? Come fanno i grandi scrittori a narrare storie che in tre pagine hanno concentrata l’essenza di una vita?
Più che altro, da che parte cominciare? La mia vita si divide facilmente in due grandi spaccati. La parte di cui mi vergogno, e la parte di cui sono orgoglioso. Quello che ero e quello che sono. La parte di cui mi vergogno comincia nell’84, la parte di cui sono fiero comincia nel 2003. Se fai un paio di conti, ti rendi conto che mi vergogno della mia infanzia e dell’adolescenza, mentre ho guadagnato autostima finendo il Corleone.
Ecco, dovrei concentrare la mia attenzione sull’estate 2003. In un ipotetico libro della mia vita, lo scrittore concentrerebbe le catarsi e le epifanie che mi hanno reso quello che sono ora. Le renderebbe coscienti in me, cosa che però non furono mai. Quando capii che potevo fare a meno del sesso e delle ragazze, non fu una presa di posizione sicura e decisa a tavolino. Però lo capii, e la calma che ne seguì mi fece avere così tante occasioni che potei addirittura negarmi ad alcune. Ironicamente, ma forse logicamente, da quando smisi di cercare un buco in cui sfogare gli istinti della razza, furono proprio le ragazze a cercare me.
Bell’estate, quella del 2003. Incominciata con Nella, il cui grosso seno e il crine biondo poteva distrarmi facilmente. Non conclusi mai con Nella, ma quando ebbi una relazione stabile, lei mi scrisse che credeva che fosse lei la prescelta. Quell’estate ci fu Carlotta, che dopo un anno, due mesi, venti giorni e quattro ore d’astinenza forzata mi si diede. Quell’estate ci fu Clara, che per vendetta volle dormire con me. Bene, brava.
Quell’estate ci fu Melania.
Melania è la mia ragazza stabile da quattro anni.
Che io l’ami è fuori discussione.
Che io l’abbia tradita, anche.
A volte dimentico i volti delle ragazze con cui sono stato durante questi quattro anni. I nomi non li ricordo tutti. Se me l’aveste detto quattro anni fa non ci avrei creduto.